IL LIBRO DEL MESE – Marina Abramovic’ “ATTRAVERSARE I MURI, Un’autobiografia”

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“Il dolore era come un muro che avevo attraversato uscendo dall’altro lato”
La scomparsa, avvenuta alcune settimane fa, di Ulay – per molti anni compagno di vita e di performance di Marina Abramovic – mi ha riportato alla mente la bella autobiografia dell’artista serba ormai molto nota in tutto il mondo. Un’ ottima lettura da consigliare in questi giorni a chi ama le biografie e l’arte contemporanea.
Marina nasce nel 1946 a Belgrado, nella Jugoslavia dominata dalla dittatura del maresciallo Tito, “un luogo oscuro”, come lei stessa lo definisce, in cui “tutto era di seconda mano”. Marina vive una situazione privilegiata grazie ai meriti di guerra dei suoi genitori, che avevano combattuto contro i nazisti a fianco dei partigiani comunisti e si erano così guadagnati un posto nell’alta nomenklatura del regime. La madre Danica è direttrice del Museo di Arte e Rivoluzione, ed è a contatto con ambienti artistici internazionali, a cui ha accesso per acquistare opere per il museo. Il rapporto di Marina con la madre – una donna dure e violenta – tuttavia è difficile ed infelice. Da lei apprende però quella ferrea autodisciplina che poi applicherà come metodo in tutte le sue performance e trova in lei un incoraggiamento verso la sua carriera come artista. Dopo il diploma all’Accademia di Belle Arti, Marina inizia a passare dei periodi fuori da Belgrado alla ricerca della libertà artistica e personale, lontana dai molti vincoli che la vita con la madre le impone. La sua prima performance presentata al Festival di Edimburgo – “Rythm 10” – con cui lancia dei coltelli tra le dita aperte della sua mano, ispiratole da un gioco da osteria slavo, le indica la strada per il futuro: “Il senso di pericolo che si avvertiva in quel momento aveva fuso me e gli spettatori: il fatto di essere lì in quel momento ed in nessun altro luogo. (..) Il piccolo sé che siamo in privato, una volta che siamo nello spazio della performance si colloca in un sé superiore, e non siamo più noi stessi. Avevo fatto esperienza di una libertà assoluta, avevo sentito che il mio corpo era senza limiti e confini. (…) Fu in quel momento che seppi di aver trovato il mio medium”. In Italia, dove negli anni ’70 l’avanguardia dell’arte povera e della performance art sono molto vivaci, viene invitata più volte ed esegue opere sempre più temerarie, cercando di trovare un equilibrio tra consapevolezza e perdita di controllo. Nel 1975 organizza una performance per una galleria di Amsterdam e lì avviene un incontro che avrà un grande impatto sul suo futuro. Conosce Ulay, con cui condividerà per anni arte e vita: “Ci sono coppie che quando iniziano a convivere comperano pentole e padelle. Ulay e io cominciammo a progettare di fare arte insieme”. Ciò che accomuna la loro ricerca è la consapevolezza che “il dolore è come una porta sacra da cui si accede ad un altro stato di consapevolezza”. Per tre anni vivono on the road su un vecchio furgoncino adibito ad abitazione, dando vita al progetto Art Vital. Nel 1988 il loro rapporto è ormai terminato, ma compiono un’ ultima spettacolare performance insieme: percorrono partendo dai lati opposti la Grande Muraglia cinese, in tre mesi di cammino per dieci ore al giorno, incontrandosi alla metà esatta, il femminile ed il maschile che si congiungono.
Nel 1997 Marina vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia come migliore artista per la performance Balkan Baroque – in cui rimane seduta su una catasta di migliaia di ossa vere, alcune ancora sanguinolente – che si riferisce nelle sue parole “al barocchismo ed alla follia della mentalità balcanica” ed allo stesso tempo crea un’immagine universale di ogni guerra. Il 14 Marzo 2010 Marina inaugura al MOMA di New York la sua performance più nota, “The Artist is Present”. Per tre mesi rimane seduta dalle otto alle dieci ore al giorno ad un tavolo nell’atrio del museo, senza mai potersi alzare, mangiare, andare in bagno. Davanti a lei può sedersi una persona alla volta, guardandola negli occhi per tutto il tempo che desidera, senza poterle parlare o toccarla. Fin dal primo giorno si forma una coda lunghissima all’ingresso. Marina deve essere presente per ogni singola persona al trecento per cento, si è preparata fisicamente e spiritualmente per due anni a questo momento. Davanti a lei le persone provano emozioni molto forti, possono guardare solo dentro se stesse e riescono a far uscire dolori e sentimenti repressi per troppo tempo. Studi scientifici svolti successivamente sulla situazione creatasi in The Artist is Present dimostrano che le onde cerebrali di due estranei entrano in una sintonia che le rende identiche nello schema. Anche Ulay – invitato da Marina all’inaugurazione nonostante i ventisei anni di continui conflitti che ormai li separano – si siede inaspettatamente davanti a Lei. La tensione emotiva è palpabile, sarà l’unica persona a cui Marina allungherà le mani, toccandolo. La performance procede per i tre mesi stabiliti – settecentotrentasei ore e mezza – e molti personaggi famosi si mettono in fila per ore per vedere Marina, di notte si creano file di persone che dormono davanti al MOMA in sacco a pelo per poter entrare alla mattina.
Marina è diventata ormai un’ artista nota anche al pubblico meno avvezzo all’arte contemporanea e si definisce con ironia la nonna della performance art. Ha creato un metodo di disciplina artistica “Il metodo Abramovic” e ha creato una fondazione con il suo nome per il lancio di altri artisti.
“Per raggiungere un obiettivo devi dare tutto fino a non avere più nulla. A quel punto l’obiettivo si realizzerà da solo. E’ il motto di ogni mia performance. Per questo non do retta alle critiche. Mi interessano solo quando so di non avere dato il cento per cento. Ma se do tutto, allora possono dire quello che vogliono”.

M. Abramovic’ “ATTRAVERSARE I MURI – Un’autobiografia” – 2018; Giunti Editore Spa/Bompiani

Saronnese da sempre, sono vegetariana da anni, amo i gatti, i libri, i viaggi, la moda (in ordine sparso). Ho vissuto la realtà imprenditoriale di Saronno e zone limitrofe grazie all'esperienza nell'azienda fondata da mio padre. Mi piacerebbe aiutare a far rifiorire la Saronno vivace ed animata dei miei ricordi d'infanzia e di adolescenza.