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Sara Roccabruna

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Sara Roccabruna
Saronnese da sempre, sono vegetariana da anni, amo i gatti, i libri, i viaggi, la moda (in ordine sparso). Ho vissuto la realtà imprenditoriale di Saronno e zone limitrofe grazie all'esperienza nell'azienda fondata da mio padre. Mi piacerebbe aiutare a far rifiorire la Saronno vivace ed animata dei miei ricordi d'infanzia e di adolescenza.

IL LIBRO DEL MESE – Marina Abramovic’ “ATTRAVERSARE I MURI, Un’autobiografia”

in Cultura/Varie ed Eventuali

“Il dolore era come un muro che avevo attraversato uscendo dall’altro lato”
La scomparsa, avvenuta alcune settimane fa, di Ulay – per molti anni compagno di vita e di performance di Marina Abramovic – mi ha riportato alla mente la bella autobiografia dell’artista serba ormai molto nota in tutto il mondo. Un’ ottima lettura da consigliare in questi giorni a chi ama le biografie e l’arte contemporanea.
Marina nasce nel 1946 a Belgrado, nella Jugoslavia dominata dalla dittatura del maresciallo Tito, “un luogo oscuro”, come lei stessa lo definisce, in cui “tutto era di seconda mano”. Marina vive una situazione privilegiata grazie ai meriti di guerra dei suoi genitori, che avevano combattuto contro i nazisti a fianco dei partigiani comunisti e si erano così guadagnati un posto nell’alta nomenklatura del regime. La madre Danica è direttrice del Museo di Arte e Rivoluzione, ed è a contatto con ambienti artistici internazionali, a cui ha accesso per acquistare opere per il museo. Il rapporto di Marina con la madre – una donna dure e violenta – tuttavia è difficile ed infelice. Da lei apprende però quella ferrea autodisciplina che poi applicherà come metodo in tutte le sue performance e trova in lei un incoraggiamento verso la sua carriera come artista. Dopo il diploma all’Accademia di Belle Arti, Marina inizia a passare dei periodi fuori da Belgrado alla ricerca della libertà artistica e personale, lontana dai molti vincoli che la vita con la madre le impone. La sua prima performance presentata al Festival di Edimburgo – “Rythm 10” – con cui lancia dei coltelli tra le dita aperte della sua mano, ispiratole da un gioco da osteria slavo, le indica la strada per il futuro: “Il senso di pericolo che si avvertiva in quel momento aveva fuso me e gli spettatori: il fatto di essere lì in quel momento ed in nessun altro luogo. (..) Il piccolo sé che siamo in privato, una volta che siamo nello spazio della performance si colloca in un sé superiore, e non siamo più noi stessi. Avevo fatto esperienza di una libertà assoluta, avevo sentito che il mio corpo era senza limiti e confini. (…) Fu in quel momento che seppi di aver trovato il mio medium”. In Italia, dove negli anni ’70 l’avanguardia dell’arte povera e della performance art sono molto vivaci, viene invitata più volte ed esegue opere sempre più temerarie, cercando di trovare un equilibrio tra consapevolezza e perdita di controllo. Nel 1975 organizza una performance per una galleria di Amsterdam e lì avviene un incontro che avrà un grande impatto sul suo futuro. Conosce Ulay, con cui condividerà per anni arte e vita: “Ci sono coppie che quando iniziano a convivere comperano pentole e padelle. Ulay e io cominciammo a progettare di fare arte insieme”. Ciò che accomuna la loro ricerca è la consapevolezza che “il dolore è come una porta sacra da cui si accede ad un altro stato di consapevolezza”. Per tre anni vivono on the road su un vecchio furgoncino adibito ad abitazione, dando vita al progetto Art Vital. Nel 1988 il loro rapporto è ormai terminato, ma compiono un’ ultima spettacolare performance insieme: percorrono partendo dai lati opposti la Grande Muraglia cinese, in tre mesi di cammino per dieci ore al giorno, incontrandosi alla metà esatta, il femminile ed il maschile che si congiungono.
Nel 1997 Marina vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia come migliore artista per la performance Balkan Baroque – in cui rimane seduta su una catasta di migliaia di ossa vere, alcune ancora sanguinolente – che si riferisce nelle sue parole “al barocchismo ed alla follia della mentalità balcanica” ed allo stesso tempo crea un’immagine universale di ogni guerra. Il 14 Marzo 2010 Marina inaugura al MOMA di New York la sua performance più nota, “The Artist is Present”. Per tre mesi rimane seduta dalle otto alle dieci ore al giorno ad un tavolo nell’atrio del museo, senza mai potersi alzare, mangiare, andare in bagno. Davanti a lei può sedersi una persona alla volta, guardandola negli occhi per tutto il tempo che desidera, senza poterle parlare o toccarla. Fin dal primo giorno si forma una coda lunghissima all’ingresso. Marina deve essere presente per ogni singola persona al trecento per cento, si è preparata fisicamente e spiritualmente per due anni a questo momento. Davanti a lei le persone provano emozioni molto forti, possono guardare solo dentro se stesse e riescono a far uscire dolori e sentimenti repressi per troppo tempo. Studi scientifici svolti successivamente sulla situazione creatasi in The Artist is Present dimostrano che le onde cerebrali di due estranei entrano in una sintonia che le rende identiche nello schema. Anche Ulay – invitato da Marina all’inaugurazione nonostante i ventisei anni di continui conflitti che ormai li separano – si siede inaspettatamente davanti a Lei. La tensione emotiva è palpabile, sarà l’unica persona a cui Marina allungherà le mani, toccandolo. La performance procede per i tre mesi stabiliti – settecentotrentasei ore e mezza – e molti personaggi famosi si mettono in fila per ore per vedere Marina, di notte si creano file di persone che dormono davanti al MOMA in sacco a pelo per poter entrare alla mattina.
Marina è diventata ormai un’ artista nota anche al pubblico meno avvezzo all’arte contemporanea e si definisce con ironia la nonna della performance art. Ha creato un metodo di disciplina artistica “Il metodo Abramovic” e ha creato una fondazione con il suo nome per il lancio di altri artisti.
“Per raggiungere un obiettivo devi dare tutto fino a non avere più nulla. A quel punto l’obiettivo si realizzerà da solo. E’ il motto di ogni mia performance. Per questo non do retta alle critiche. Mi interessano solo quando so di non avere dato il cento per cento. Ma se do tutto, allora possono dire quello che vogliono”.

M. Abramovic’ “ATTRAVERSARE I MURI – Un’autobiografia” – 2018; Giunti Editore Spa/Bompiani

IL LIBRO DEL MESE – “IL PARTY” di Elizabeth Day

in Cultura

Riprendiamo la nostra rubrica periodica con il quarto romanzo della scrittrice inglese Elizabeth Day – “ Il Party” – che ha ricevuto una meritata ed entusiastica accoglienza.

Quando l’ adolescente Martin Gilmour fa il suo ingresso nella scuola privata maschile di Burtonbury grazie ad una borsa di studio – spedito lì senza rimpianti dalla madre che asserisce che “gli manca qualcosa nella testa” – non sa ancora che la sua vita è giunta ad un punto di svolta. Figlio unico di una madre vedova ed amareggiata dalla vita, ha condotto un’ esistenza ordinata, ma modesta ed arida di affetti, mostrando prematuri segni di mancanza di empatia e galleggiando ai margini di un ambiente scolastico nel quale non è mai riuscito realmente ad inserirsi. Pur arrivando con l’abbigliamento e l’ accento sbagliato nel selezionato ambiente di Burtonbury, riesce però ad entrare nelle grazie del ragazzo più popolare della scuola – Ben Fitzmaurice – la cui amicizia gli spalanca le porte di un nuovo mondo, scintillante e suntuoso. Ben – figlio di un Lord e di una Lady, bellissimo, ricco e socievole – lo accoglie nell’ esistenza dorata della sua famiglia, di cui Martin riesce ben presto a diventare una sorta di figlio aggiuntivo. L’amicizia con Ben costituisce per Martin una vera e propria ragione di vita, così mentre l’amico passa con noncuranza da un party all’altro e da una ragazza all’altra, Martin lo segue e lo imita come una “piccola ombra”. Grazie alle doti intellettuali, si costruisce una propria carriera come critico d’arte e scrittore e riuscirà perfino a sposarsi con l’adorante Lucy. Nonostante il matrimonio di Ben con Serena e l’incompatibile diversità delle loro vite sociali e delle rispettive consorti, che gradualmente li allontana, il rapporto con Ben continua però ad essere per Martin l’ unico centro emotivo della sua esistenza.
L’ invito all’esclusivo party per il quarantesimo compleanno di Ben, inizia a rivelare a Martin la sgradevole sensazione che qualcosa stia cambiando definitivamente nel suo rapporto con l’amico di sempre.
Noi lettori intuiamo per tutto lo svolgimento del romanzo – che dosa sapientemente pillole di rilevazioni sul rapporto tra i personaggi – che qualcosa di importante non ci è ancora stato detto e questo mantiene alta la tensione e la curiosità fino al termine della lettura.
Chi ha amato “Il talento di Mr.Ripley” non potrà non ritrovare in quest’opera le medesime atmosfere, la medesima indagine psicologica degli aspetti ossessivi delle relazioni umane e della morbosità che spesso nel profondo le governa. Anche il finale circolare riprende la struttura del romanzo di Patricia Highsmith e ci ricorda come il nostro unico vero nemico, ciò che ci impedisce il cambiamento e l’affrancamento dalle nostre ossessioni, siamo noi stessi e l’ incapacità di affrontare il nostro lato oscuro.
Una lettura consigliatissima per un romanzo che si fa leggere senza pause.

Sara Roccabruna

2° EDIZIONE “BELLI COME IL SOLE” – CORRIAMO INSIEME PER I DIRITTI DELL’ INFANZIA

in Cultura/Territorio/Varie ed Eventuali

DOMENICA 20 OTTOBRE , alle ore 8.30 da Piazza Libertà, partirà la seconda edizione della manifestazione podistica non competitiva “Belli come il Sole”, organizzata dalla onlus Il Sole. Sei chilometri di corsa senza cronometro  (dodici, per chi se la sente di ripetere il percorso due volte) che si snoderanno attraverso la città ed il verde del Parco Lura. La partecipazione é aperta a tutti, adatta a bambini e famiglie, al costo modico di € 5,00 per gli adulti ed € 3,00 per i bambini fino a 12 anni. Vari riconoscimenti saranno poi dati a diverse categorie, quali Gruppo più numeroso, bambino più piccolo, persona meno giovane. I primi trecento iscritti (in ordine di pettorali all’arrivo) riceveranno un pacco gara, mentre i primi cento bambini avranno in dono una maglietta con il disegno infantile di un fiore. Proprio questo fiore richiama uno dei progetti principali della onlus (accreditata come ONG) , nata nel 1997 dall’ impegno di sette donne che provenivano dall’ esperienza di adozioni internazionali, come ci racconta la presidente Ornella Lavezzoli. Dopo aver sostenuto l’ ente come volontarie, hanno messo a frutto l’esperienza accumulata e dato vita  a nuovi progetti, seguendo le richieste dei referenti locali con cui avevano già lavorato.  “Fiori che rinascono” é nato dalle segnalazioni di un pool di avvocati in merito a casi di abuso su minori ad Addis Abeba, capitale dell’ Etiopia. Grazie al lavoro di volontari supportati da uno psichiatra italiano, é stato avviato un percorso di formazione su personale locale – in grado di interfacciarsi più facilmente con la cultura del posto – formando un gruppo d’aiuto che ha supportato centinaia di bambine. A questa attività si sono poi affiancati laboratori di teatro, foto, musica e successivamente due case famiglia che accolgono un totale di cinquanta minori, sottoposti ad abusi o rifiutati dalle famiglie. La permanenza é a rotazione e coloro che non hanno una famiglia, o non possono ritornarvi, vengono poi spesso dati in adozione. Il sostegno a distanza per la scolarizzazione é un altro dei progetti cardine de Il Sole. Un altro progetto importante ha preso corpo in India, in villaggi rurali, attraverso percorsi di microcredito e scolarizzazione per le donne della casta degli intoccabili, che spesso sono anche l’unico sostegno per la famiglia, in realtà in cui gli uomini sono assenti o non lavorano. Attraverso un corso in cui hanno imparato ad intrecciare cesti in bamboo, molte di loro sono riuscite a cambiare le condizioni di vita dei loro figli e ad acquisire per se stesse una diversa mentalità e dignità. Altri percorsi importanti riguardano progetti sul territorio locale, quali l’ Educazione alla Mondialità ( conoscenza dei diritti dei bambini, integrazione con bambini stranieri) con scuole medie del saronnese ed il sostegno a Fratel Enrico , che lavora a Scampia (Napoli) sul reintegro di ragazzi che non hanno terminato la scuola dell’ obbligo. Si cerca di portare questi ragazzi e ragazze al conseguimento della licenza media ed all’ acquisizione di una professionalità, oltre a cercare di far conoscere loro realtà sociali diverse da quella in cui vivono.

Sarà possibile pre-iscriversi alla corsa di Domenica 20 Ottobre attraverso il sito www.ilsole.org o presso la sede In Viale Rimembranze 43 (lun-ven, 10.00/17.00) , oppure dalle ore 8.00 direttamente la mattina stessa presso Il Gazebo in Piazza Libertà. Saranno allestiti anche dei piccoli punti ristoro all’ ingresso del Parco Lura ed in Piazza Libertà, a fine corsa. Si ricorda che le strade cittadine non saranno chiuse al traffico e si dovrà quindi prestare la massima attenzione in prossimità degli attraversamenti.

La manifestazione vanterà due padrini d’eccezione: Massi Milani – runner che ha vinto la maratona di NY 2018 nella categoria 45/49 anni  – e Constantin Bostan, atleta moldavo che corre con una protesi in titanio dopo aver perso l’ arto. Entrambe sapranno dare la giustra carica ai saronnesi, che invitiamo a partecipare numerosi !

Sito: www.ilsole.org ; E-mail : info@ilsole.org ; Tel. 02 96193238

IL LIBRO DEL MESE – ATMOSFERE GOTICHE SOTTO L’OMBRELLONE: “IL RILEGATORE” di Bridget Collins

in Cultura/Varie ed Eventuali

Prosegue il nostro appuntamento periodico dedicato a tutti gli amanti dei libri.

Questo mese proponiamo una lettura, che con la sua atmosfera a tratti cupa e misteriosa, vi terrà incollati fino all’ultima pagina durante il vostro periodo di relax estivo.
Il romanzo ci catapulta in un’epoca forse non così lontana, ma comunque indefinita e senza nessuna caratterizzazione dal punto di vista storico. Il giovane Emmet, che emerge come protagonista – appartenente ad una tranquilla famiglia di braccianti agricoli – ha sofferto di una lunga febbre che lo ha lasciato debole e smarrito. Emmet non ricorda nulla di tutto ciò che è successo prima e durante la malattia, e la sua famiglia, compresa l’amata sorella Alta, non spiega nulla e non lo aiuta a ricordare. L’alone di mistero si infittisce quando un giorno Emmet scopre che la mattina seguente dovrà lasciare la sua casa e partire per le paludi, dove abita l’anziana Seredith, che gli insegnerà l’antica arte della rilegatura dei libri. Seredith ha la nomea di essere una strega, ma l’iniziale timore di Emmet, si trasformerà in rispetto ed affetto per la donna – mentre penetrerà sempre più nella vera essenza dell’arte del rilegare. Non si tratta semplicemente di un lavoro manuale: Seredith viene infatti visitata da persone che desiderano liberarsi dei loro ricordi. Ascoltando i loro racconti, il rilegatore intrappola per sempre le memorie indesiderate nella pagine di un libro, svuotando la mente di chi si rivolge a lui. Essere rilegatori è un dono ed Emmet lo ha ricevuto. Per  questo Seredith lo ha voluto con sé, per tramandare non solo l’arte di rilegare le persone, ma anche la sua rigorosa etica professionale. Il libro di ogni persona viene gelosamente custodito e mai nessuno potrà avere accesso a quelle pagine. Altri rilegatori senza scrupoli hanno invece trasformato tutto ciò in un business, rilegando persone contro la loro volontà e vendendo i libri a chi è disposto a pagarli profumatamente per entrare con morbosa curiosità nelle vite altrui.
Un giorno Emmet accede all’ antro segreto di Seredith, dove sono custodite le rilegature di migliaia di persone e scopre un libro con il suo nome. Non è quindi solo un rilegatore, ma è stato a sua volta rilegato da Seredith. Quali sono i ricordi che ha voluto o dovuto cancellare? Quale parte della sua vita è caduta nell’ oblio? E perché la vista di un giovane uomo – Lucien Darnay – che arriva sconvolto da Seredith per farsi rilegare,  scatena in lui strane sensazioni? La morte improvvisa di Seredith e l’ arrivo di suo figlio – anche lui rilegatore, ma senza l’etica della madre – complicherà ulteriormente la scoperta della verità per Emmet, che capirà a poco a poco come il suo destino sia inevitabilmente legato a quello dell’ altolocato Lucien.
Con una trama fitta di colpi di scena ed una scrittura ricca ed evocativa, Bridget Collins – alla sua prima opera narrativa – ci trascina in un romanzo ricco di colpi di scena e capovolgimenti nella prospettiva della narrazione.

“Chi saremmo senza i nostri ricordi ?” è la domanda che questo libro ci costringe a porci. Saremmo sempre noi stessi oppure con essi una parte imprescindibile della nostra identità verrà cancellata per sempre ? Il finale – in cui il recupero del passato cancellato è base imprescindibile per la costruzione di un nuovo futuro – è già una risposta implicita a questi interrogativi.

Sara Roccabruna

B.Collins, “Il rilegatore” – 2019, Garzanti, Milano

EX-LESA: IL SOGNO DI FAR RIVIVERE UN’AREA INDUSTRIALE

in Territorio

Abbiamo incontrato Marco Gandola, incuriositi da quanto raccontatoci da un architetto saronnese a proposito del suo innovativo progetto di ristrutturazione nello stabile ex-Lesa, a ridosso del retro della stazione ferroviaria di Saronno Centro. Ci accoglie proprio in questo spazio – che ci fa visitare spiegandocene la storia – ed è subito evidente il contrasto tra l’esterno di tutto l’edificio (che data 1959) e l’innovatività degli ambienti che uno sguardo rivolto al futuro ha saputo creare all’ interno.
Marco Gandola, classe ’74, nasce a Lucca da madre tedesca e padre di Bellagio, ma da sempre abita a Saronno. Dopo la laurea in Economia all’ Università Bocconi di Milano ed un anno di esperienza in Austria (Paese originario della moglie), inizia a lavorare per SIGES, il gruppo di aziende informatiche fondato dal padre, che conta attualmente un centinaio di persone in organico. In azienda si occupa di diversi aspetti – direzione finanziaria, del personale – ma inizia anche ad interessarsi ad un nuovo progetto che lo appassiona personalmente: il recupero dell’area industriale ex- Lesa. Il grande complesso – adiacente all’ingresso del retro della stazione ferroviaria di Saronno Centro – risulta sicuramente familiare alla vista dei molti pendolari che ogni giorno vi si recano per prendere il treno. La Lesa è stata un’azienda italiana fondata nel 1929, produttrice di componenti elettriche e nota al grande pubblico soprattutto per i giradischi portatili prodotti negli anni ’50 e ’60. Dopo la chiusura della società negli anni ’70, l’edificio è divenuto in parte l’insediamento di piccole attività artigianali. Anche la sede della Siges si trova qui, e circa quindici anni fa – a seguito di una riorganizzazione – alcuni uffici rimasti inutilizzati vengono affittati ad aziende diverse, creando di fatto un piccolo business centre. Negli anni successivi, al liberarsi di nuovi spazi, Marco Gandola decide di scommettere sulle potenzialità dell’edificio ed acquista nuovi lotti, andando ad ampliare il modello di spazio di lavoro condiviso che si stava già affermando anche in altre città.
Nel tempo, la società di Gandola arriva ad acquisire nell’ edificio un totale di 4000 mq, di cui 2500 sono attualmente adibiti a Business center, dove si cerca di creare una comunità che possa condividere oltre agli spazi, anche le idee e le esperienze professionali. Uno dei progetti su cui si sta lavorando attualmente è quello di una Digital Academy, in cui portare talenti, cultura, competenze e creare un circolo virtuoso di persone disposte ad investire in città. Ci sono già collaborazioni in essere con Bicocca, per l’inserimento di ragazzi che hanno seguito il Master in Marketing & Technology Optimisation e con la scuola L’ Albero Musicale per progetti creativi quali Video-making, cultura, musica, foto-laboratorio ed altre attività che riescano ad autofinanziarsi.
L’idea di base è che intorno a queste aree si debba riuscire a creare un interesse al recupero, perché una volta svuotate diventano quasi impossibili da ripopolare e sono destinate solo al declino e ad una futura demolizione. L’ edificio in cui si colloca questa idea di business – se dall’ esterno appare datato e da sottoporre ad interventi di ristrutturazione – all’ interno offre invece spazi luminosi, ristrutturati  in uno stile informale, efficiente e contemporaneo. La posizione è assolutamente strategica, di connessione tra la ferrovia, la zona Matteotti e Posta nuova e tutte le grandi aree dismesse che si estendono lungo la Via Varese. Per questo, ogni ragionamento sul futuro delle aree dismesse può difficilmente prescindere da questo stabile e dalla sua centralità. I progetti in essere al momento su parte delle aree dismesse saronnesi riguardano prevalentemente residenziale e commerciale, che però spostano il consumo senza creare un nuovo indotto di entità rilevante, come potrebbero fare invece nuove aziende. Un altro nodo da sciogliere rimane quello dell’ormai cronica carenza di parcheggi di quest’area. Qualsiasi società che valuti questa posizione richiede di poter avere dei parcheggi assegnati per i propri dipendenti e visitatori da ricevere.
Dietro a tutto questo lavoro, c’è la volontà di ri-creare, l’idea di far rivivere qualcosa che sembrava destinato all’ abbattimento, facendolo rinascere con una nuova bellezza. “L’ importanza del recupero – spiega Gandola – comporta anche un nuovo concetto culturale da far passare. In questo spazio le persone non dovrebbero condividere solo delle stanze, ma anche dei progetti.” Spesso a parole tutti sosteniamo il recupero di spazi inutilizzati, ma poi non siamo disposti a rinunciare a qualcosa in più che uno spazio nuovo ci può dare a livello di confort rispetto ad uno ristrutturato. Anche a livello legislativo sarebbe necessaria una maggiore incentivazione economica per il recupero del patrimonio esistente, per renderlo più attrattivo ed invogliare i potenziali investitori a non pensare solo di demolire, ma anche a riutilizzare spazi che hanno un passato, una storia, che hanno avuto una propria vita e fanno anche parte della nostra memoria collettiva e tradizione industriale.
Le aree dismesse e tutta l’area del retro stazione sono l’ultima grande occasione per Saronno di poter utilizzare una porzione di territorio di  grandi dimensioni per il rilancio della città. E’ vero che sono tutte aree di proprietà privata, ma i progetti come Innvation Hub Comonext, sorto a Lomazzo come recupero dell’ex filatura Somaini – grazie al supporto di Fondazione Cariplo, Camera di Commercio di Como, Confindustria Como, Politecnico di Milano ed Amministrazione comunale di Lomazzo – o l’ area ex- Cantoni di Legnano (collocata proprio nel cuore della città) dimostrano come ci sia bisogno di visioni innovative, proiettate su qualcosa che ancora non esiste per ridare slancio ai nostri centri urbani e ad aree che si sono spopolate per la chiusura di molte attività industriali e la carenza di nuove aziende sul territorio. Sapranno i politici che governano la nostra città essere all’altezza di queste sfide che i tempi ci propongono ?

VIA ROMA: PERCHE’ NON PARTIRE SUBITO CON LA RIQUALIFICAZIONE ?

in Territorio/Vita Pubblica
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Si evolve la vicenda dei 60 bagolari di Via Roma, il cui destino era già stato segnato dall’ Amministrazione Fagioli. Fino a novembre, i maestosi alberi e i tanti cittadini che hanno a cuore la loro sorte potranno tirare un sospiro di sollievo.

Gli Avvocati Papa e Perra – su mandato del Comitato Salva Via Roma e di alcuni cittadini – il  31 Marzo hanno presentato al Tar la richiesta con sospensiva sulla delibera dell’ Amministrazione comunale, che prevedeva il taglio dei 60 bagolari per il rifacimento di  Via Roma. A seguito della discussione del 9 maggio, il Tar ha accolto la domanda  e ha quindi sospeso in via cautelare la delibera di giunta che decideva il taglio di tutte le piante dalle intersezioni di Via Roma con Via Guaragna fino a Via Manzoni. L’udienza di merito per il ricorso é stata fissata per il prossimo 20 novembre.

Il ricorso al Tar era stato presentato principalmente basandosi sulla scarsa trasparenza rilevata nell’agire dell’Amministrazione in questa vicenda. Senza questa base, ogni bene comune può essere compromesso in modo anche irrimediabile. Le scelte amministrative, pur in virtù del mandato a governare che l’elezione conferisce al Sindaco e alla Giunta, non possono essere frutto di un mero arbitrio di questi ultimi, ma devono essere sempre volte al bene della città e alla tutela del suo patrimonio. I cittadini non sono meri sudditi alla mercè della discrezionalità politica. L’ordinanza inviata alle parti cita come segue: “Ad un sommario esame, il ricorso sia assistito dal requisito del fumus boni iuris, avendo la variante impugnata modificato il progetto precedente, nella parte in cui prevedeva l’abbattimento di soli 10 alberi, senza alcuna motivazione sul punto, che é stata infatti enunciata dall’Amministrazione solo in corso di giudizio, ciò che è tuttavia illegittimo, dovendo la stessa precedere e non seguire ad ogni provvedimento, a tutela del buon andamento amministrativo, e dell’esigenza di delimitazione del controllo giudiziario”.

L’Amministrazione si è fino ad ora astenuta da qualsiasi commento. Non é quindi ancora dato capire come intenderà agire. Considerando che una delle motivazioni principali per il rifacimento della strada é da sempre quella di garantire un percorso guidato, sicuro e fruibile da tutte le persone con limitazioni motorie e visive, non sarebbe logico non far attendere ancora queste persone per tutti i mesi a venire e dare subito l’avvio ai lavori senza il taglio dei bagolari, dato che é assolutamente possibile farlo e che il primo progetto della stessa amministrazione é applicabile senza problemi? O l’Amministrazione continuerà ad adottare la strategia di rimanere immobile sulle proprie posizioni, per continuare a  scaricare sui cittadini la colpa di non aver rifatto i marciapiedi? La riqualificazione della via potrebbe partire subito, se solo ci fosse la volontà di rivedere le proprie posizioni. Tutti i saronnesi sono favorevoli al rifacimento dei marciapiedi. Molti sono contrari al taglio degli alberi. La politica é anche l’arte di saper trovare punti d’incontro in modo saggio. Le prove di forza vanno sempre e solo a discapito della città e dei suoi abitanti.

IL LIBRO DEL MESE : “VELENO – Una storia vera” di Pablo Trincia

in Cultura/Varie ed Eventuali

Inauguriamo oggi un nuovo appuntamento periodico dedicato a tutti gli amanti dei libri, in cui scriveremo le nostre proposte di lettura, basate su pareri ed impressioni assolutamente personali.
Il primo libro scelto è di recentissima uscita. Si tratta di un’inchiesta giornalistica, scritta in uno stile scorrevole ed avvincente, documentata con passione da Pablo Trincia (ex inviato de Le iene) e dalla giornalista Alessia Rafanelli.

“Niente di quello che è scritto è stato in alcun modo romanzato dall’ autore”, avverte la nota preliminare alla narrazione, che ci trasporta alla fine degli anni ’90, nei nebbiosi paesini della Bassa Modenese, dove Dario – un bambino fragile, vissuto in condizioni problematiche e dato in affido con un distacco traumatico a soli 3 anni – inizia a raccontare una storia che sembra un vero romanzo dell’orrore. Le accuse vaghe mosse ai suoi stretti famigliari si allargano a macchia d’olio, fino a causare l’allontanamento immediato di sedici bambini (alcuni dei quali non si conoscevano tra loro) dalle loro famiglie per ordine dei Servizi sociali del paese di Mirandola : i genitori sono tutti accusati di aver creato un rete di pedofilia basata su rituali satanici nei cimiteri, con uccisione di gatti e bambini. A capo della setta di mostri ci sarebbe Don Giorgio Govoni, il prete “camionista”(per il lavoro che aveva svolto), amato e benvoluto dai suoi compaesani e noto per il suo aiuto alle famiglie più disagiate. Dopo vari mesi di allontanamento, uno dopo l’altro, i bambini iniziano a raccontare. Piovono gli arresti, le detenzioni e successivamente anche le condanne in primo grado. Eppure. Non c’è una sola testimonianza adulta, né un riscontro oggettivo a confermare l’impianto accusatorio. Possibile che in paesini di poche anime, dove tutti vengono subito a conoscenza di ogni pettegolezzo sulla vita degli altri, nessuno si fosse mai accorto di questi cortei notturni di figure incappucciate in processione verso il cimitero, che era addirittura in una zona centrale e circondato da abitazioni? Possibile che nessun resto, né umano né animale, sia mai stato trovato nei posti indicati dai bambini? Ci sono i racconti infantili e gli incontri (condotti con metodi oggi considerati molto discutibili) dalle psicologhe – una in particolare, Valeria Donati, allora una ragazza di 26 anni alla fine del tirocinio, messa a capo di un’inchiesta di tale portata.
Tutti i bambini vengono resi disponibile per l’adozione, fratelli e sorelle sono separati. A qualsiasi membro delle famiglie d’origine viene negato ogni contatto: nonni, zii, cugini … nessuno di loro saprà mai più nulla dei bambini. A Lorena Morselli, mamma di quattro figli, maestra d’asilo e catechista dell’ oratorio, vengono tolti tutti i bambini e scappa in Francia per non perdere anche il quinto figlio che sta per nascere. In un’altra famiglia, gli assistenti sociali si presentano in ospedale e prelevano una neonata di pochi giorni senza mai più farla vedere ai genitori. La madre di Marta, di otto anni, si getta dal balcone quando le viene notificato l’allontanamento definitivo della figlia. Don Giorgio muore d’infarto quando gli vengono rese note le accuse e la pena richiesta per lui. Due persone intanto – Oddina, la prima affidataria del piccolo Dario e Don Ettore Rovatti , iniziano ad archiviare con accuratezza una mole imponente di documenti riguardanti il caso, credendo fermamente nell’ innocenza di tutti gli accusati. Un diverso volto della verità inizia lentamente ad emergere, ma non è meno mostruoso: e se fosse stata tutta una spaventosa caccia alle streghe? L’accusa della setta satanica crolla infatti quasi subito, in appello arrivano le prime assoluzioni. Alcuni processi d’appello vengono fatti ripetere e si concludono ancora con assoluzioni. Anche la verità processuale inizia a raccontare una storia diversa. Ma per molti ormai è troppo tardi. Arriviamo a pochi anni fa, quando Pablo Trincia incappa per caso in questa storia che lo coinvolge da subito e di cui – come molti di noi – non ha alcuna memoria. Il materiale documentale di Oddina Paltrinieri (tra cui 80 ore di riprese dei colloqui svolti dalle psicologhe) e Don Ettore Rovatti, inizia a costituire la base della sua inchiesta. Con molte ricerche riesce a contattare varie persone coinvolte dai fatti. Anche Dario, che da tempo pensa di essersi inventato tutto, anche Marta, che dice di essere certa di non aver mai subito niente di quello che ha raccontato. Sonia era stata l’unica bambina a non cedere mai: non le era successo niente, viveva felice con la mamma, mai sfiorata dall’ inchiesta. Eppure era bastata un’accusa di una cuginetta al papà (i genitori erano separarti) per prelevare anche lei. A molti anni di distanza, queste nuove testimonianze  e la serietà dell’ inchiesta svolta dai giornalisti hanno portato a fissare una nuova udienza di revisione del primo processo “Pedofili 1”.Alcuni fratelli e sorelle si sono voluti ritrovare. Sonia ha riabbracciato sua madre dopo anni di lontananza, per dirle che era diventata nonna ed era tutta la vita che le mancava.

Una lettura davvero interessante per chi si appassiona a fatti di cronaca ed alle possibili letture che di essi si possono dare.

Trincia P., “Veleno – Una storia vera” – 2019, Giulio Einaudi Editore Spa, Torino

INCONTRO CON L’AGRONOMO. LA NATURA, LA NOSTRA CASA. CONOSCIAMO MEGLIO GLI ALBERI

in Territorio/Vita Pubblica

“La Natura è stata la nostra casa per circa il 93% di tutto il nostro tempo di permanenza sulla Terra. Probabilmente per questo ci sentiamo toccati nel profondo quando si parla di abbattimento di alberi”. Esordisce così Alessandro Pestalozza – dottore agronomo, specializzato in stabilità delle piante, consulente per il FAI e consulente progettista per diverse grandi città – nella serata organizzata l’8 Maggio a Villa Gianetti dal Comitato cittadino Salva Via Roma.
Ma quanto vale davvero un albero? Per i permessi di abbattimento ai cittadini del verde privato, viene fatto pagare un corrispondente di “valore ornamentale”, calcolato sulla base di vari parametri, tra cui la tipologia di albero, l’età, la posizione, l’impatto paesaggistico. Noi Saronnesi abbiamo già visto che tutto ciò vale per i privati, ma non vale quando una Pubblica Amministrazione decide invece di abbattere 60 alberi storici, belli e sani.
Tuttavia, questo valore puramente economico non tiene in nessun conto tutto ciò che ogni albero fa gratuitamente ogni giorno per rendere migliore la nostra vita e di cui non siamo minimamente consapevoli. Quanto perdiamo con la distruzione di un intero viale alberato? La “Valutazione economica totale” – che calcola i “servizi ecosistemici” forniti dall’ albero – è l’unico metodo in grado di valorizzare il reale danno che possiamo subire. L’albero ha valori di regolazione climatica, della CO2, dell’ ozono, delle temperature dell’aria urbana, dell’ acqua (minor drenaggio in falda), contribuisce all’ approvvigionamento di cibo ed energia, dà un supporto attivo alla Vita fornendo un habitat per molte altre specie, ha valori socio-culturali fornendo servizi ricreativi, estetici, educativi e storici. Tutti questi dati ci confermano come oggi il verde cittadino non sia più una questione puramente estetica, come troppo spesso è ancora considerata con un metodo di valutazione ottocentesco, ma una questione vitale.
L’albero è una struttura naturale, che regola le proprie forme sulla base dell’evoluzione. In Natura non troviamo quasi mai forme geometriche perfette. Nel caso degli alberi, molti di essi hanno una struttura che possiamo paragonare a quella di una barca a vela, bilanciata e sicura. “L’albero è un essere vivente, in grado di reagire agli stimoli e nella maggior parte dei casi di autoripararsi, di mettersi in sicurezza da solo” (C.Matteck). Pertanto, quando la pianta viene sottoposta ad interventi aggressivi – come la capitozzatura applicata ai bagolari di Via Roma – essa mette in atto una serie di contro reazioni volte a ripristinare la situazione ottimale: lavora per far rifiorire la chioma decapitata e quell’ anno le foglie saranno ad esempio larghe il doppio del normale.
Contrariamente a molti altri esseri viventi, gli alberi non possono scappare. Rimangono per tutto il loro ciclo vitale ancorati al suolo in cui nascono. Per questo motivo hanno una modalità di sopravvivenza completamente diversa dalla nostra: tutte le loro funzioni sono decentralizzate. E’ come se avessero tanti cuori e tanti polmoni. Funzionano come un sottomarino, che ha la capacità di contingentare ed isolare la ferita e continua a crescere intorno ad essa. La tipologia di danno che gli alberi fanno invece molta fatica a rispristinare è quello all’apparato radicale. Gli scavi aggressivi sono spesso letali. L’agronomo Pestalozza ha mostrato le foto di uno scavo per rifacimento del Viale delle Rimembranze di Sassari, in cui l’impresa intervenuta ha rischiato di distruggere tutte le piante di una delle più belle alberate d’ Italia, in cui ogni albero porta il nome – e con esso la memoria – di un caduto cittadino della Prima Guerra Mondiale. Grazie al suo intervento, gli alberi sono stati salvati, ma si è dovuti intervenire per ridurre notevolmente la loro chioma, a bilanciamento del danno alle radici. La presenza di ossigeno è essenziale per la loro sopravvivenza, quindi va sfatata la diceria che le radici crescano metri e metri sottoterra: il 90% delle radici si estende nel primo mezzo metro di terreno, quindi è molto raro avere danni più in profondità ( ad esempio a cantine ) che siano causate dalle radici degli alberi. Ci sono anche ormai vari studi che confermano l’esistenza di “connessioni radicali”, ovvero di una sorta di comunicazione tra albero ed albero, che si stabilisce nel sottosuolo grazie alle radici, che funzionano come le sinapsi delle nostre cellule nervose. Oggigiorno esistono sistemi di scavo molto evoluti per preservare le radici durante opere importanti: ad esempio il sistema “NO DIG”, che funziona con un metodo di soffiaggio di aria compressa ed è stato utilizzato per preservare ad esempio gli storici cedri di Asso (Lecco).
Un albero “anziano” deve essere preservato anche perché porta su di sé una ricchezza legata al concetto di biodiversità (nidi, uccelli, insetti, altre specie vegetali), che per un albero nuovo ci vorranno anni per ripristinare: un albero ha tanti abitanti, ma un albero nuovo è abitato solo da se stesso.
Il bagolaro si conferma oggi una delle piante più resistenti anche agli attacchi di molti parassiti, che diventano sempre più aggressivi, pertanto è stato in prospettiva un’ottima scelta, tanti anni fa, quando durante la Seconda Guerra Mondiale, l’allora Podestà Zerbi aveva ordinato queste piante per rendere comunque più bella la nostra città.
La sua preoccupazione allora era stata che queste piante fossero deboli e malate e che non potessero resistere nel tempo: invece dopo tutti questi anni, svettano ancora fiere nella nostra città, a preservare la nostra storia, le nostre radici, la nostra tradizione, a memoria di come la Bellezza possa nascere anche in tempo di guerra. Invece noi, in tempo di pace, ci impegniamo per raderla al suolo.

Sara Roccabruna

Festa del Papà: la tradizione saronnese per “San Giusepp”

in Cultura/Territorio/Varie ed Eventuali

Per la festa di San Giuseppe, la tradizione saronnese prevedeva una scorpacciata dei “tortej da San Giusepp”, un dolce preparato con pastella d’uovo fritto, in altre zone denominate altresì frittelle. Ci ricorda il professor Pini nel suo ricettario tradizionale, che venivano preparate “cont i oeùv frèsch da Primavera”, e con tanto strutto (derivato dal grasso di maiale), condimento molto più utilizzato nelle ricette di derivazione contadina lombarda rispetto all’ olio d’oliva. Nella “marmitta” si univano uova intere, farina bianca, zucchero, latte e/o acqua, sale e lievito, acquistato dal “prestinaio” e sciolto prima dentro ad una piccola tazzina di acqua. La pastella veniva così lasciata a lievitare al caldo e poi fritta in padella, una cucchiaiata alla volta. Il 19 Marzo – giorno della ricorrenza – in ogni casa del paese era tutto uno sfrigolare di padelle fin dal primo pomeriggio per la “tortellata”. I dolci ancora caldi venivano poi spolverati di zucchero.

La festa – che coincideva anche con la fioritura delle prime piante primaverili come la forsizia e la sassifraga – era vissuta come un piccolo anticipo delle festività pasquali.

Oggigiorno la giornata si vive  soprattutto come la Festa del Papà e quindi porgiamo i nostri più cari auguri a tutti i papà !

Fonti: “Ol mangià di nost vecc, Raccolta di ricette e di storie della cucina saronnese” – Ed. Società storica saronnese

16/03/2019 – Consiglio Comunale aperto per rifacimento Via Roma

in Territorio/Vita Pubblica

Di seguito una sintesi dei nostri interventi durante il Consiglio comunale aperto ai cittadini di Sabato 16 Marzo, sul progetto di rifacimento di Via Roma,

OBIETTIVI DEL PROGETTO Perché si vuole intervenire sul rifacimento di questo tratto di via Roma? Cosa si vuole risolvere? Dalle informazioni, dai dati disponibili e dalle evidenze oggettive raccolte le problematiche sono legate al dissesto di alcuni cordoli dei marciapiedi e alcuni rialzamenti e crepe dell’asfalto sui marciapiedi. Questa situazione può arrecare danno ai pedoni e crea difficoltà di movimento per le persone disabili e ipovedenti. Quindi verrebbe spontaneo dire che l’obiettivo dell’intervento è la risoluzione di questo stato di degrado per motivi principalmente di sicurezza delle persone e in secondo luogo anche di decoro ed estetica della città. Ho percorso via Roma nel tratto interessato, da via Manzoni a via Guaragna, in andata su un lato e in ritorno su quello opposto, e ho fotografato tutti i bagolari presenti e il relativo stato del marciapiede: non ho trovato casi di rialzamento della pavimentazione in prossimità dei muri degli edifici e delle vetrine/ingressi degli spazi commerciali come invece dichiarato nella scorsa commissione urbanistica.

TAGLIO DEI BAGOLARI – Quando sono stati piantati i 60 bagolari in oggetto? Dagli incartamenti verificati da un consigliere comunale dell’opposizione pare che l’acquisto fu gestito durante la guerra civile della Repubblica di Salò e quindi la piantumazione risale al 1945 o 1946. Facendo qualche ricerca pare che il bagolaro sia longevo con una vita secolare. Siamo sicuri che queste piante siano arrivate a fine vita? Solo un esperto super partes può fare una valutazione di questo tipo. Ad oggi questo dato non è disponibile. Ognuno è libero di dire la sua tuttavia ciò rimane solo un parere personale. Il progetto deliberato a Luglio 2018 prevedeva l’abbattimento di 9 bagolari, la verifica successiva dello stato di salute di 11 bagolari e i restanti 40 erano stati dichiarati sani e salvi. Perché il progetto rivisto a gennaio/febbraio 2019 ha stravolto questa analisi concludendo che tutti i 60 bagolari devono essere abbattuti? Se il motivo sta nel fatto che questo frastagliamento creerebbe disomogeneità nel filare questo era noto anche a Luglio. Sette mesi fa la disomogeneità del filare era accettata dall’Amministrazione?Un’ulteriore nota sullo stato di salute delle piante dichiarato durante l’ultima commissione urbanistica sul tema: i bagolari si trovano attualmente in cattive condizioni di salute a causa dell’errata modalità di potatura nel tempo. Chi verifica la correttezza delle attività di potatura? Chi verifica se l’operato dell’impresa è svolto conformemente a quanto contrattualizzato?

PIANIFICAZIONE DEL PROGETTO – Da qui nasce spontanea un’ulteriore domanda: come è stata affrontata la questione fin dall’inizio? Per come si sta sviluppando la vicenda ne esce un approccio privo di controllo e deficitario in termini di capacità di pianificare un intervento serio che porti vantaggi ai cittadini a lungo termine. Una prova lo è anche il fatto che l’Amministrazione sta facendo fatica a trovare almeno 60 piante della stessa essenza e con caratteristiche fisiche similari, che sostituiscano gli attuali bagolari… Vista la difficoltà, e anche i costi delle piante, l’Amministrazione, trovando un set di carpini disponibili, ci si è buttata a capofitto… Questa è una scelta pianificata che rispecchia i requisiti precedentemente definiti a proposito del tipo di essenza che si vuole piantare per il bene della comunità e l’estetica della città o è un farsi andare bene la prima cosa che trovo? Alcuni enti del settore dichiarano che i carpini siano piante allergizzanti (fanno parte della famiglia delle betullacee)… sono caratterizzati da uno sviluppo lento e da una longevità breve (massimo 150 anni). Siamo sicuri che questa sia la scelta appropriata? E poi in tutto ciò l’Assessore all’Ambiente che ruolo ha avuto? Non l’abbiamo mai visto al tavolo di lavoro e alle commissioni. Da come viene approcciato il tema, sembra che debba essere fatto tutto “in fretta e furia”… Perché? L’amministrazione comunale ha delle scadenza da rispettare? Forse legate ai finanziamenti ricevuti da Regione Lombardia e/o dallo Stato?

FINANZIAMENTI UTILIZZATI PER IL PROGETTO – Regione Lombardia finanzierà € 60.000 della spesa complessiva. Esattamente per quale progetto?  Pare per il rifacimento di 250 metri di pista ciclabile. E cosa c’entra questo con i marciapiedi insicuri per i cittadini? Un’altra parte delle risorse finanziarie, necessarie per completare la ristrutturazione del tratto di Via Roma, verranno prese e tolte dal progetto Greenway (circa € 250,000  su un totale di € 580.000) E che fine farà questo progetto? Ricordiamoci che stiamo parlando di 250 metri… E prima? E dopo? La pista ciclabile esiste, ha una larghezza di 2,30/2,40 metri.  Non è sicura perché non rispecchia la larghezza prevista dalle norme specifiche (2,5m)? Questo vale allora anche per gli altri tratti di via Roma e per le altre strade della città. Cosa facciamo? Il tema della pista ciclabile può interessare ai cittadini ma sotto forma di un progetto completo che coinvolga tutta la città e non solo i 250 metri di via Roma. Anche un’associazione per  lo sviluppo della mobilità ciclistica (la FIAB) ha valutato negativamente questa soluzione e proposto un progetto alternativo che non é stato preso in considerazione.

STATO DELLE FOGNE E DELLE CANTINE – In quali tratti della via Roma ci sono problemi alle fogne? Questi problemi sono causati unicamente dalla presenza dei bagolari o ci sono altre cause? Intervenendo con l’eliminazione di questi 60 bagolari si risolvono i problemi alla fogna attualmente presenti in questa zona di Saronno? All’ultima commissione urbanistica sono state mostrate le foto scattate in alcuni tratti del sistema fognario che evidenziavano la presenza di piccole radici morbide. Siamo sicuri che il sistema fognario venga danneggiato da queste radici capillari? Ricordiamo inoltre che questa parte del sistema fognario della città di Saronno risale a fine 1800/primi del 1900 e ha delle problematiche che molto probabilmente non sono causati dai 60 bagolari di questo tratto di via. L’intervento sarà risolutivo o permarranno problematiche irrisolte e non causate dagli alberi?
A proposito dello stato delle cantine di privati: in commissione urbanistica è stato dichiarato che ci sono problematiche anche qui. Di ciò non c’è una evidenza fotografica e quindi questo aspetto rimane incerto. Gli eventuali problemi sono causati dalla radici dei bagolari?

ESISTENZA DI SOLUZIONI ALTERNATIVE
1. Conservazione dei bagolari presenti, 51 perché ormai i primi 9 sono stati tagliati immediatamente. Solo in caso di evidenza di problematiche di salute delle piante, sarà necessario rivedere questo punto di partenza, presente anche nel primo progetto dell’ Amministrazione. Nell’ analisi del dott. Lippi, agronomo del Comune, non si rileva inoltre nessuna certificazione del cattivo stato di salute delle piante.

2. Rifacimento dei marciapiedi tenendo come vincolo la posizione dei bagolari, che non si toccano (come già fatto gli scorsi anni per gli altri tratti di via Roma e ad esempio anche in via Manzoni). Nella progettazione di questo rifacimento si mantengono valide le soluzioni proposte dall’Amministrazione comunale a proposito dei materiali e delle modalità che rispondono all’abbattimento delle barriere architettoniche e all’aiuto per le persone ipovedenti.

Concludo il mio intervento riprendendo una frase dell’assessore Lonardoni: “una persona seria, se si accorge di aver fatto una valutazione errata, riconsidera la questione per trovare la soluzione migliore.” Questo per spiegare il cambio di rotta dal progetto di luglio a quello attuale. Considerando che non abbiamo capito perché la valutazione di luglio fosse errata, chiediamo  che venga rivalutato l’attuale progetto alla luce delle considerazioni appena enunciate, senza sottovalutare l’impiego delle risorse economiche-  un totale di € 324.000 – per la soluzione attualmente approvata. Il primo obiettivo di un’Amministrazione comunale dovrebbe essere il bene della comunità, sia materiale che sociale, da raggiungere con l’uso efficace ed efficiente delle risorse economiche e non, della città. Siamo sicuri di essere su questa strada?

 

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